Una coincidenza perfetta
Quando il controllore dimentica di controllare se stesso, anche una coincidenza può trasformarsi in una notizia.
L’altro giorno ho assistito a una scena che in questo Paese non fa più nemmeno notizia.
Una persona va in pensione.
Qualche settimana dopo, o qualche mese, dipende dai casi, il posto torna a riempirsi.
Fin qui niente di strano. Succede da sempre.
La parte interessante arriva quando si scopre che il nuovo arrivato ha un cognome familiare. Talmente familiare da sembrare quasi un passaggio di consegne. Una staffetta. Un’eredità emotiva. Una di quelle cose che vengono raccontate con un sorriso e una scrollata di spalle.
“Eh, ma è brava”. Possibilissimo.
“Eh, ma aveva i requisiti”. Non ne dubito.
“Eh, ma la procedura era regolare”. Magari lo era davvero.
Il punto è che la discussione si ferma sempre lì, come se la questione fosse stabilire se quella persona fosse capace oppure no.
Non è quello il punto.
Non lo è mai stato.
La domanda interessante è un’altra: quante persone altrettanto capaci sapevano che quella possibilità esisteva?
Quante hanno avuto modo di provarci?
Quante sono state messe nelle condizioni di competere?
Perché esiste una differenza enorme tra perdere una gara e non sapere nemmeno che la gara si sta svolgendo.
La prima fa arrabbiare.
La seconda produce qualcosa di peggiore: l’abitudine.
Ci si abitua all’idea che le cose funzionino così.
Che certi ambienti abbiano porte che si aprono più facilmente per alcuni e restino ostinatamente chiuse per altri.
Che certi percorsi siano più brevi.
Che certe coincidenze siano così frequenti da sembrare una forma organizzativa.
La cosa che mi colpisce, però, non riguarda il meccanismo. Quello lo conosciamo tutti.
Mi colpisce il luogo.
Perché qui non stiamo parlando della bottega dello zio, dell’azienda di famiglia o del negozio sotto casa.
Qui parliamo di un ente pubblico.
E gli enti pubblici hanno una caratteristica particolare: non appartengono a chi ci lavora.
Appartengono anche a chi resta fuori.
Appartengono a quelli che non conoscono nessuno.
A quelli che non frequentano i corridoi giusti.
A quelli che leggono le regole e, ingenuamente, pensano che siano state scritte per essere applicate.
La faccenda diventa ancora più curiosa quando l’ente pubblico in questione appartiene a una categoria che vive controllando gli altri.
Una categoria che osserva.
Che verifica.
Che chiede trasparenza.
Che pretende spiegazioni.
Che si indigna quando un sindaco favorisce un amico, quando un dirigente evita un bando, quando un amministratore interpreta le regole con eccessiva fantasia.
Giustamente.
È il suo lavoro.
Anzi, è una delle funzioni più importanti in una democrazia.
Solo che il principio dovrebbe valere sempre.
Anche quando il riflettore gira di centottanta gradi.
Anche quando l’oggetto dell’osservazione diventa il proprio comportamento.
Perché la credibilità è una materia strana.
Non la perdi nel giorno dello scandalo.
La consumi lentamente.
Ogni volta che chiedi agli altri standard che non applichi a te stesso.
Ogni volta che pretendi chiarezza da fuori e tolleri opacità dentro.
Ogni volta che confondi ciò che è legittimo con ciò che è opportuno.
Sono due parole diverse.
La prima riguarda le norme.
La seconda riguarda l’etica.
E spesso la distanza tra le due è enorme.
Talmente enorme che dentro ci stanno la fiducia dei cittadini, la reputazione delle istituzioni e perfino quella sensazione, ormai rara, che l’impegno abbia ancora qualche relazione con il risultato.
Forse è per questo che certe storie lasciano un retrogusto amaro.
Non perché qualcuno abbia ottenuto un incarico.
Nella vita gli incarichi vanno e vengono.
Lascia perplessi il silenzio che accompagna certe coincidenze.
La serenità con cui vengono accolte.
La naturalezza con cui si trasformano in normalità.
Come se nessuno riuscisse più a vedere il problema.
O peggio.
Come se tutti lo vedessero benissimo e avessero deciso che, in fondo, non vale la pena parlarne.
Finché riguarda gli altri, naturalmente.

