La prima querela temeraria non si scorda mai.
È come il primo amore, ma con meno poesia e più parcelle.
Arriva in una busta elegante, carta spessa, studio legale dal nome doppio, triplo, con “& Associati” finale che suona come una minaccia. Dentro non trovi rose rosse ma richieste danni che potrebbero comprare un trilocale vista mare (senza mare).
All’inizio fai la coraggiosa.
«È il mio lavoro», ti dici. «Controllare il potere».
Poi guardi il conto in banca.
E il potere guarda te.
Il giornalismo d’inchiesta, quello vero (prima di smettere)
Ho fatto per anni un certo tipo di giornalismo. Quello che ti porta negli archivi polverosi, nelle delibere scritte in burocratese creativo, nei bilanci con numeri che si moltiplicano come pani e pesci ma senza miracolo.
Ho raccontato nomi, date, atti. Non “si dice”, non “pare che”. Carte. Firme. Cifre.
E ogni tanto, zac. Querela.
Non per errori. Non per invenzioni.
Per fastidio.
La querela temeraria non nasce perché hai mentito. Nasce perché hai disturbato. È un modo elegante per dirti: “Ti faccio passare la voglia”. E funziona. Eccome se funziona.
La politica promette, la carta bollata mantiene
Ogni campagna elettorale ha il suo momento romantico: “Basta querele bavaglio”. “Difendiamo la stampa libera”. “Proteggiamo i cronisti”.
Applausi. Post indignati. Convegni.
Poi finisce il voto e resta il silenzio.
Le querele temerarie diventano argomento da talk show, non riforma concreta. Intanto il giornalista freelance — quello senza editore muscoloso alle spalle — si paga l’avvocato. E comincia a scegliere con prudenza chirurgica gli aggettivi. A limare. A togliere. A evitare.
Non è censura esplicita.
È autocensura preventiva. Molto più sottile. Molto più efficace.
Io, la mia paura e le bollette da pagare
A un certo punto ho fatto una scelta.
Ho smesso di fare quel tipo di inchieste.
Non perché non credessi più nel mestiere.
Perché avevo una casa. E figli. E notti in cui il pensiero “e se perdo?” mi faceva compagnia più della camomilla.
Ecco la parte che nessuno racconta: la querela temeraria non colpisce solo il pezzo pubblicato. Colpisce la vita privata. L’ansia. La reputazione. La tentazione di dire: “Ma chi me lo fa fare?”
È una strategia semplice: alzare il costo della verità.
Lo scudo che non c’è
Se davvero si volesse proteggere il giornalismo indipendente, basterebbe poco: sanzioni per chi usa la querela come clava, tempi rapidi per archiviare il nulla, fondi di tutela reali.
Invece restiamo in una terra di mezzo. Dove la libertà di stampa è celebrata il 3 maggio e messa sotto pressione il resto dell’anno.
E io mi chiedo — con ironia, ma mica troppo — se lo scudo non serva più a chi governa che a chi racconta.
Diario di una cronista (ancora viva)
Non ho smesso di scrivere. Ho cambiato campo di battaglia.
Sono diventata più obliqua, più laterale, più narrativa.
Ma una parte di me resta lì, davanti a quei fascicoli, con la voglia di aprirli e raccontarli.
Le querele temerarie non uccidono il giornalismo.
Lo rendono timido.
E un giornalismo timido è come un cane da guardia senza denti: abbaia, sì, ma nessuno ha paura.
Io continuo ad abbaiare.
Con meno incoscienza e più consapevolezza.
E ogni volta che sento promettere “basta bavagli”, sorrido.
Perché so che la libertà di stampa non si difende con gli slogan.
Si difende togliendo la paura dal portafoglio di chi scrive.
