Quelli che disturbano
Da Qualcuno volò sul nido del cuculo a oggi è cambiato il linguaggio del potere. Molto meno il fastidio per chi pensa con la propria testa.
L’altra sera mi sono fermata davanti alla locandina di Qualcuno volò sul nido del cuculo. Era una di quelle immagini che non hanno bisogno di presentazioni. Jack Nicholson con quello sguardo a metà tra la sfida e la presa in giro. Ho pensato che sono passati cinquant’anni e che certi film, più del tempo, misurano le persone.
La prima volta che lo vidi ero concentrata sulla ribellione. Oggi mi colpisce altro.
Mi colpisce la tranquillità con cui un sistema riesce a convincere tutti che il problema non sia mai il sistema. È sempre quello che lo disturba.
Nel film il disturbo ha un volto, un nome, una cartella clinica. È tutto dichiarato, perfino rassicurante nella sua brutalità. Sai chi decide, sai chi comanda, sai dove finisce chi non si adegua.
La vita vera, invece, ha imparato a fare economia di camicie di forza.
Non servono quasi più.
È sufficiente rendere fastidioso chi fa troppe domande. Quello che chiede di vedere un documento invece di fidarsi della sintesi. Quello che legge anche le note in fondo alla pagina. Quello che, durante una riunione in cui tutti annuiscono, ha la pessima educazione di dire: “Aspettate un momento, questa cosa non mi torna”.
Sono persone che rallentano.
Ed è curioso quanto la velocità sia diventata una virtù assoluta. Bisogna avere un’opinione subito, schierarsi subito, condividere subito. Il dubbio, invece, viene trattato come una perdita di tempo, quasi un difetto del carattere.
Ho l’impressione che oggi si confonda spesso la tranquillità con l’unanimità.
Se tutti dicono la stessa cosa, ci sentiamo al sicuro. Se qualcuno rompe il ritmo, l’istinto non è ascoltarlo ma chiedergli perché debba complicare tutto.
È una dinamica che conosco bene e che non appartiene ai grandi eventi della storia. Succede in ufficio, nelle chat di famiglia, tra amici, perfino a tavola. Basta una frase che esce dal copione e l’aria cambia. Non perché sia necessariamente giusta. Perché costringe gli altri a fare una fatica imprevista: pensare.
Pensare è un verbo con una pessima reputazione.
Richiede tempo, espone al rischio di cambiare idea, obbliga ad ammettere che forse avevamo capito male. Molto più comodo scegliere una squadra e restarci, anche quando la partita è finita da un pezzo.
Non sto parlando di avere sempre ragione. Anzi, chi dubita davvero sa benissimo quante volte si sbaglia.
Il pensiero critico non è una collezione di certezze. È il contrario. È la disponibilità a smontare perfino le proprie convinzioni quando i fatti chiedono spazio.
Eppure questa disponibilità viene spesso interpretata come instabilità, come indecisione, qualche volta perfino come provocazione.
Forse perché chi cambia idea ricorda agli altri che potrebbero farlo anche loro.
Rivedendo quel vecchio film ho avuto la sensazione che la sua forza non stia nella denuncia di un’epoca, ma nella domanda che continua a fare allo spettatore.
Da che parte stai quando arriva qualcuno che non segue il copione?
Con quello che parla troppo?
Con quello che mette in discussione le regole?
Con quello che, magari in modo scomodo e imperfetto, costringe tutti a guardare dove nessuno aveva voglia di guardare?
Non esistono risposte semplici. Esistono persone rumorose, persone insopportabili, persone che confondono la libertà con l’arroganza. Esistono anche quelle che hanno semplicemente il coraggio di non smettere di farsi domande.
Il problema è che, da lontano, le due categorie si assomigliano parecchio.
Per questo mi inquietano sempre quelli che hanno già deciso chi disturbi troppo.
Perché ogni epoca trova un nome diverso per chiamarli.
Ma quelli che disturbano continuano, ostinatamente, a esistere.

