Ho aperto il computer con quella tranquillità che hanno solo le persone già in ritardo e ancora non lo sanno.
Il caffè era lì. L’agenda pure. Le email mi aspettavano con il loro solito entusiasmo. Ho cominciato a spuntare le cose da fare, una dopo l’altra, finché lo sguardo è finito sul calendario.
Silenzio.
La rubrica Vite in capsula.
Doveva partire ore prima.
Per qualche secondo ho cercato una spiegazione dignitosa. Un aggiornamento del server. Un problema di sincronizzazione. Un algoritmo dispettoso. Oggi basta nominare un algoritmo e tutti sembrano disposti a perdonarti qualsiasi cosa.
La verità, invece, era molto meno moderna.
Me ne ero dimenticata.
È una frase che da adulti pronunciamo quasi sottovoce, come se fosse una confessione. Da bambini era normale. Crescendo, dimenticare diventa un difetto. Se salti un appuntamento sei disorganizzato. Se dimentichi una scadenza sei superficiale. Se non ricordi dove hai messo le chiavi, parte immediatamente la diagnosi collettiva: “Eh, la memoria non è più quella di una volta”.
E se invece la memoria stesse funzionando benissimo?
Ci penso ogni volta che mi convinco di riuscire a far entrare un’altra cosa nella giornata. Una telefonata dura cinque minuti, una risposta a un messaggio due, una commissione “già che ci sono”, una lavatrice “al volo”. Che poi vorrei capire chi abbia inventato questa espressione. Le cose fatte al volo finiscono quasi sempre per occupare mezz’ora e una buona fetta di pazienza.
Il problema è che siamo diventati collezionisti di impegni. Li accumuliamo con la stessa soddisfazione con cui riempiamo il carrello durante i saldi. Ogni tanto ci diciamo che dovremmo rallentare, ma subito dopo accettiamo un altro incarico, promettiamo un’altra consegna, fissiamo un’altra riunione. Come se il tempo fosse una fisarmonica e bastasse tirarlo un po’ di più.
Poi succede qualcosa.
Non un crollo spettacolare. Nessuna scena drammatica. Nessun campanello d’allarme.
Ti dimentichi una rubrica.
Oppure entri in una stanza senza ricordare perché. Cerchi gli occhiali che hai sulla testa. Apri il frigorifero e resti lì, immobile, a guardare una mozzarella come se dovesse suggerirti lei il motivo della visita.
E ti arrabbi. Con te stesso, naturalmente.
Il corpo, quando è stanco, lo ascoltiamo. Se una caviglia fa male smettiamo di correre. Se abbiamo la febbre ci mettiamo a letto. Se una schiena protesta, prima o poi ci arrendiamo.
Con la testa facciamo l’opposto.
Pretendiamo che continui a incastrare appuntamenti, password, liste della spesa, compleanni, bollette, telefonate, idee, notifiche e promesse senza perdere un colpo.
Quando non ci riesce, la trattiamo come una dipendente poco affidabile.
Eppure il cervello non è un archivio infinito. Decide. Scarta. Fa pulizia. A volte anche senza chiederci il permesso.
Forse dimenticare una cosa non è sempre un guasto.
Forse è il modo meno rumoroso che ha per dirci che il magazzino è pieno.
Mi fa sorridere pensare che abbiamo trasformato perfino il tempo libero in un’attività. Se resta un’ora vuota sull’agenda ci sentiamo quasi in colpa. La riempiamo con un podcast, un corso, una passeggiata da ottimizzare ascoltando un audiolibro. Abbiamo paura degli spazi bianchi come se nascondessero un difetto di fabbrica.
Poi arriva una dimenticanza e ci sembra un tradimento.
In realtà è solo la prova che non siamo progettati per vivere come se ogni minuto dovesse produrre qualcosa.
La rubrica, alla fine, è partita.
In ritardo, certo.
Nel frattempo il pollo era uscito dal forno, gli autobus avevano continuato ad accumulare minuti, qualcuno aveva dimenticato il portafoglio a casa, qualcun altro un anniversario. Il mondo, insomma, aveva proseguito con la sua rassicurante indifferenza.
E forse è questa la cosa che dimentico più spesso.
Non che una rubrica possa partire in ritardo.
Ma che la vita, quasi sempre, continua lo stesso.
