Meno ascolti e più qualità? La confessione di un’amico davanti a Sanremo
di Maria Cattini
«Quest’anno ho capito una cosa: Sanremo non è più un Festival, è una riunione di condominio con le luci belle».
Me lo ha detto così, davanti a un caffè ormai freddo e a un telecomando trattato come un ex tossico: con diffidenza.
Lui, che ha difeso ogni edizione come si difende un parente imbarazzante («non è male, è solo frainteso»), quest’anno ha avuto un dubbio serio: meno ascolti equivalgono a più qualità? Oppure stiamo confondendo la sobrietà con la noia?
Ha seguito tutto. Dall’apertura al dopofestival. Ha preso appunti come ai tempi di Pippo Baudo, ha mandato vocali chilometrici al gruppo “Amiche in crisi esistenziale”, ha persino citato De André per darsi un tono. Poi, a un certo punto, ha sospirato: «Non è successo nulla».
E non lo dice come chi cerca il trash a ogni costo. Non è un nostalgico del bacio scandalo o delle farfalle sul palco. È un uomo adulto che paga il canone Rai e pretende almeno un sussulto cardiaco.
«Sai cos’è mancato? Il rischio», ha aggiunto. «Sembrava tutto controllato, pulito, corretto. Un Festival in giacca blu ministeriale».
Ha parlato di regia prudente, di polemiche evaporate nel giro di una sera, di un clima così composto da far sembrare Il Castello delle Cerimonie un laboratorio di antropologia comparata. «Almeno lì qualcuno piange, qualcuno urla, qualcuno lancia una bomboniera», ha detto. «Qui manco una stonatura memorabile».
La sua teoria è semplice: quando l’obiettivo diventa non disturbare nessuno, si finisce per non disturbare nemmeno la noia.
Ha fatto un paragone ardito – come solo gli amici davanti a un tiramisù sanno fare – tra il Festival e certe cene di coppia in cui tutti sono educatissimi e nessuno dice la verità. «Zero conflitto, zero passione. Solo piatti ben abbelliti».
Eppure le canzoni c’erano. Alcune anche belle. Ma le ha definite «brani da playlist pomeridiana», non da palco dell’Ariston. «Sanremo dovrebbe essere una salita in tacchi dodici, non una passeggiata in pantofole».
A un certo punto ha confessato il suo peccato capitale: «Mi sono sorpreso a controllare Instagram durante i monologhi». Lui, che un tempo zittiva i figli per ascoltare ogni parola.
La domanda, alla fine, è rimasta sospesa tra noi due: meglio un Festival ordinato o uno imperfetto ma vivo? Meno spettatori e più qualità sarebbe un’idea nobile. Ma se la qualità non accende nemmeno una discussione al bar, è davvero qualità o è solo compostezza ben pettinata?
Ha finito il caffè e ha decretato: «Sanremo senza rischio è come un matrimonio senza invitati scomodi. Funziona. Ma non lo racconti a nessuno».
Io l’ho guardato e ho pensato che forse il problema non è scegliere tra ascolti e qualità. È ricordarsi che lo spettacolo, come l’amore, vive di inciampi.
E voi? Siete team Festival elegante o team bomboniera lanciata dal balcone?
