La migrazione delle buste blu di Ikea
Il decluttering, a casa mia, dura lo spazio di una busta IKEA.
Le riconosco da lontano.
Non servono etichette. Non serve nemmeno aprirle. Una busta blu IKEA appoggiata in mezzo al corridoio comunica già tutto: siamo entrati nella stagione dei bilanci.
Quella in cui apri un armadio convinta di fare ordine e ne esce fuori una versione alternativa di te stessa.
Comincia con intenzioni nobili e schiena dritta. Finisce con me seduta davanti a una pila di vestiti mentre provo a ricordare perché una camicia che non indosso da otto anni continui a sembrarmi indispensabile.
La giacca che non metti dal 2019 ma che “potrebbe tornare”. Il vestito comprato per una cena che non ricordi più. I jeans che conservano la speranza meglio del cotone.
Comincia sempre così.
Si tira fuori tutto.
Si fanno pile ordinate sul letto.
Si pronunciano frasi severe.
“Questo lo do via.”
“Questo pure.”
“Questo sicuramente.”
Dopo mezz’ora il letto sembra il magazzino di un piccolo grande magazzino fallito e l’unica cosa davvero eliminata è la certezza iniziale.
Le buste blu, però, arrivano lo stesso.
Gigantesche.
Piene.
Trionfanti.
Una per Roma.
Una per l’amica che “ha sempre avuto il fisico giusto per questa gonna”.
Una per il mercatino.
Una per la beneficenza.
L’economia circolare, vista dal salotto di casa, ha un aspetto molto meno elegante di quello raccontato nei convegni. Assomiglia più a una staffetta familiare fatta di tessuti, cerniere e sensi di colpa.
Perché il problema non è dare via le cose.
Quello, tutto sommato, riusciamo a farlo.
Il problema è che le cose hanno un carattere vendicativo.
Partono.
Viaggiano.
Scompaiono.
Poi tornano.
Non le stesse, certo.
Altre.
Sempre dentro una busta blu.
Qualche giorno dopo il grande svuotamento arriva puntuale il controesodo. Da Roma ripartono pacchi più piccoli, bustine apparentemente innocue, sacchetti che sembrano leggeri ma nascondono un potenziale di occupazione domestica impressionante.
“Ti serve?”
“Guardalo prima di buttarlo.”
“Secondo me ti piace.”
Ecco che il saldo torna in pareggio.
Forse addirittura in attivo.
Gli armadi respirano per quarantotto ore, poi ricominciano lentamente a espandersi come universi in miniatura.
Mi affascina questa nostra incapacità di separarci davvero dagli oggetti.
Non da quelli utili.
Da quelli che raccontano qualcosa.
Una camicia non è mai soltanto una camicia.
È il matrimonio di qualcuno.
Una vacanza.
Un periodo felice.
Un periodo infelice che però, a distanza di anni, è diventato quasi simpatico.
Gli oggetti fanno un lavoro che nessuno ha chiesto loro di fare: conservano versioni precedenti di noi.
Forse è per questo che liberarsene richiede sempre una trattativa.
Non stiamo decidendo se tenere una maglia.
Stiamo negoziando con una persona che non esiste più.
La ragazza che l’ha comprata.
La donna che l’ha indossata.
Quella che pensava che sarebbe diventata qualcun’altra.
Ogni tanto vinciamo noi.
Ogni tanto vincono loro.
La prova sta in quelle grucce misteriose che restano appese da anni senza che nessuno le tocchi.
Sono monumenti silenziosi all’indecisione.
Eppure qualcosa, durante questi traslochi stagionali, succede davvero.
Non negli armadi.
Nelle mani.
Perché una maglia che passa da una figlia a una madre, da un’amica a un’altra amica, da una sconosciuta a un mercatino di paese, smette di appartenere soltanto a chi l’ha comprata.
Comincia una seconda vita.
Forse una terza.
A volte una quarta.
Ci piace raccontarci che stiamo facendo spazio.
In realtà stiamo facendo circolare storie.
Con qualche piega.
Qualche bottone mancante.
Qualche macchia che non è mai andata via del tutto.
L’altro giorno ho chiuso l’ennesima busta blu.
L’ho trascinata vicino alla porta.
Pesava come un piccolo elettrodomestico.
L’ho guardata soddisfatta.
Per qualche minuto ho creduto di aver vinto.
Poi il telefono ha vibrato.
Messaggio da Roma.
“Ti porto giù due cosine che non uso più.”
Due cosine.
Ho guardato la busta.
Lei ha guardato me.
Credo che sapesse già come sarebbe andata a finire.

