Il ciuccio nel miele
Siamo cresciuti circondati da formule rapide. Il miele sul ciuccio. Il whisky sulle gengive. Il cuscino alto per il rigurgito. Il girello per camminare prima.
Il ciuccio era lì, sul tavolo della cucina, accanto a una tazzina vuota e a un pacco di biscotti aperto male, come succede solo nelle case dove qualcuno ha dormito poco e finge ancora di governare la situazione.
Era rosa, minuscolo, innocente. Uno di quegli oggetti che prima di avere un figlio guardi con superiorità e dopo tratti come una reliquia medievale. Lo lavi, lo sterilizzi, lo cerchi sotto il divano con la torcia del cellulare, lo trovi vicino a una ciabatta e per un secondo ti chiedi quanto sporco serva davvero per costruire un sistema immunitario dignitoso.
La scena era domestica fino al midollo: una nonna in piedi vicino al lavello, una madre con i capelli raccolti in una specie di resa, una bambina che piangeva con l’impegno vocale di un tenore licenziato dalla Scala.
“Metti un po’ di miele sul ciuccio”, ha detto la nonna.
Lo ha detto con calma. Non come un consiglio. Come si comunica la forza di gravità.
Io non ho detto niente. Ho guardato il barattolo del miele, quello buono, comprato dal contadino, con l’etichetta scritta a mano e il prezzo da gioielleria emotiva. Castagno. Amaro il giusto. Perfetto sul pecorino, discutibile su un neonato.
La madre ha esitato. Un’esitazione piccola, quasi invisibile, ma io l’ho vista. Era quel secondo in cui dentro una persona moderna, vaccinata, informata, dotata di pediatra, smartphone e gruppi WhatsApp, si accende comunque una cantina antica.
Lì sotto vive tutto.
La frase della nonna. La zia che “ha cresciuto tre figli e stanno benissimo”. La vicina che conosce un rimedio. La cugina che ha letto una cosa. Il padre che “ai miei tempi non c’erano tutte queste fissazioni”. E naturalmente quella voce sotterranea, la più fastidiosa: e se avessero ragione loro?
È incredibile quanta autorità possa avere una frase detta mentre si scola la pasta.
Non serve un camice. Non serve un libro. Basta il tono. Quel tono pieno di amore e di assoluta mancanza di dubbi, che nelle famiglie italiane ha fatto più carriera di molti primari.
Il miele sul ciuccio, visto da lontano, sembra una tenerezza. Una piccola resa dolce davanti al pianto. Un gesto morbido. Quasi poetico, se uno ha dormito abbastanza da permettersi la poesia.
Da vicino, invece, diventa altro.
Diventa il nostro bisogno di spegnere il disagio nel modo più rapido. Il pianto del neonato non lo ascoltiamo: lo subiamo. Ci entra nelle tempie, nei denti, nella pazienza. Dopo dieci minuti siamo già filosofi falliti. Dopo venti, contrattiamo con entità superiori. Dopo mezz’ora, il miele sul ciuccio sembra quasi una politica pubblica.
Il problema non è la nonna. La nonna, spesso, sta solo ripetendo il mondo da cui viene. Un mondo dove la cura passava dalla dispensa, dal grembiule, dal cucchiaino, dalla mano sulla fronte. Un mondo in cui “naturale” significava vicino, disponibile, conosciuto. Se qualcosa stava in cucina, doveva per forza essere meno pericoloso di una parola scritta su un foglietto illustrativo.
Il guaio comincia quando l’amore decide di fare medicina senza chiedere il permesso alla realtà.
E l’amore, diciamolo, ha spesso una certa arroganza.
Sa tutto. Ricorda tutto. Ha visto tutto. Non legge mai le istruzioni perché “si è sempre fatto così”. Se fosse un elettrodomestico, salterebbe la corrente dopo tre minuti.
Mi sono chiesta quante cose abbiamo ricevuto così: addolcite. Non solo ciucci. Anche paure. Divieti. Sensi di colpa. Piccole frasi appiccicose che passano di bocca in bocca e poi restano attaccate agli anni.
Non uscire con i capelli bagnati.
Non fare il bagno dopo mangiato.
Non prenderlo sempre in braccio.
Non farlo piangere troppo, oppure sì, fallo piangere che si fortifica.
Il neonato, intanto, piangeva ancora.
La madre ha preso il ciuccio, lo ha lavato, lo ha passato sotto l’acqua con un’attenzione quasi teatrale. Poi lo ha dato al bambino senza miele.
Nessuna rivoluzione. Nessun discorso. Nessun “adesso vi spiego io”. Solo un gesto piccolo, netto, silenzioso.
La nonna ha fatto quella faccia lì. Quella delle nonne quando capiscono che il mondo è andato avanti senza autorizzazione. Non offesa, non proprio. Più perplessa. Come davanti a una lavatrice con troppi programmi.
“Poverino”, ha detto.
E in quel “poverino” c’era tutto: il bambino senza dolce, la madre troppo moderna, il passato messo in discussione da un ciuccio bagnato sotto il rubinetto.
Mi ha fatto quasi tenerezza. Quasi.
Forse crescere serve a questo: non a disprezzare le frasi ereditate, ma a non inginocchiarsi davanti a tutte.
A un certo punto il bambino ha smesso di piangere. Non subito, non per miracolo. Ha smesso come smettono i bambini, per ragioni loro, misteriose e un po’ offensive verso tutti gli adulti che nel frattempo avevano elaborato strategie, diagnosi e teorie.
Il ciuccio è rimasto lì, finalmente accettato. Senza miele. Senza zucchero. Senza investitura popolare.
La nonna ha preso la tazzina e l’ha messa nel lavello.
La madre si è seduta.
Io ho guardato il barattolo di castagno e ho pensato che certe dolcezze andrebbero tenute lontane dai bambini, almeno finché non imparano a difendersi dalle nostre paure travestite da premura.

