La notizia è questa: la Quaresima non serve a dimagrire.
E io che già mi vedevo eroica, in versione detox spirituale, con l’insalata triste e lo sguardo mistico da santina del discount.
Poi leggo un pezzo – titolo solenne, atmosfera da soffitta dove si custodiscono le parole buone – e capisco che il punto non è togliere. È restituire. E qui la faccenda si complica.
Digiuno, ma di cosa?
Siamo bravissimi a rinunciare alle cose inutili.
Dolci, social, aperitivi del giovedì che diventano venerdì e poi misteriosamente sabato.
Ma il digiuno di cui si parla non è quello che fa felice la bilancia. È quello che fa tremare l’ego.
Non è “non mangio”.
È “non mi metto al centro”.
E in un tempo in cui perfino il gatto ha un profilo Instagram più curato del mio, capite che la faccenda diventa quasi sovversiva.
La parola che rimbalza è comunità. Non quella delle chat condominiali dove si litiga sul bidone dell’umido. Una comunità più antica, quasi olimpica (sì, proprio come i giochi greci: si sospendeva la guerra per gareggiare). Qui si sospende la guerra personale per fare spazio a qualcuno.
C’è un’immagine che mi è rimasta incollata addosso: mani che si allungano. Mani che chiedono, mani che danno.
E io ho pensato alle mie.
Le mie mani sanno digitare password dimenticate, sanno scrollare notizie drammatiche mentre bevo il caffè, sanno stringere borse troppo pesanti.
Ma sanno ancora fermarsi?
Perché il gesto antico è semplice: dare da mangiare, vestire, ascoltare, sopportare (parola fuori moda quanto il Nokia 3310, ma sempre resistente). Non è un programma elettorale, è un esercizio quotidiano.
E qui arriva il punto che mi punge: non sono “comandamenti”. Sono un modo di stare al mondo.
Custodi della vita. Non proprietari.
Che detta così sembra poesia.
Tradotto: non è tutto mio. Nemmeno il tempo.
La frase che mi ha fatto alzare lo sguardo è questa: la paura della morte si scioglie solo quando la vita diventa dono.
Ora, io non so voi, ma la parola morte mi fa lo stesso effetto delle notifiche dell’Agenzia delle Entrate: mi irrigidisco.
Eppure il ragionamento fila: se trattengo tutto – affetti, energie, persino il perdono – vivo in modalità risparmio. Se invece rischio, qualcosa si muove.
La Quaresima allora non è un corridoio buio verso la Pasqua. È uno spazio diverso. Una stanza aperta in cui si prova a vivere con più coraggio.
E no, non è immediato.
Io ho già fallito tre volte solo scrivendo questo pezzo: ho controllato il telefono, ho pensato a cosa cucinare, ho rimandato una telefonata che sapevo importante.
Però una cosa l’ho capita.
Non si tratta di diventare migliori in quaranta giorni.
Si tratta di accorgersi che non siamo soli.
E forse – dico forse – il vero digiuno è smettere di nutrire la parte di noi che vuole avere sempre ragione.
La dieta può aspettare.
Il cuore no.
