Diario di una ruga annunciata (tra un red carpet e Simone de Beauvoir)
di Mria Cattini
Ho capito che c’era qualcosa che non tornava quando mi sono ritrovata davanti alla tv a passare da un tappeto rosso all’altro… con la stessa espressione di chi cerca disperatamente un filtro bellezza nella vita reale. Spoiler: non esiste.
Nel frattempo, sul comodino, mi fissava La vecchiaia di Simone de Beauvoir. Un libro scritto negli anni ’70 che, letto oggi, ha lo stesso effetto di uno specchio alle 7 del mattino: brutale, senza pietà, e tremendamente sincero.
De Beauvoir non girava intorno alla questione. Diceva chiaro e tondo che, a un certo punto, la società ti toglie la parola. Non perché tu non abbia più niente da dire. Ma perché non sei più giovane abbastanza per essere ascoltata.
E mentre lei scriveva tutto questo, io ero lì, a guardare facce levigate come tavoli di marmo. Gente che combatte il tempo come fosse un nemico personale. Non una ruga, non un cedimento, non un segnale di vita vissuta. Una specie di immortalità da sala operatoria.
La cosa buffa — o tragica, dipende dall’umore del giorno — è che per qualche stagione avevamo anche fatto finta di essere diventati più inclusivi. Ricordate? L’età celebrata, le modelle over, le attrici senza ritocchi. È durata quanto una dieta iniziata di lunedì.
Poi di nuovo tutti in fila dal chirurgo. Come se il problema non fosse il tempo che passa, ma il fatto che si veda.
E qui arriva la domanda scomoda: noi, persone normali, come dovremmo stare dentro questo spettacolo senza uscire di testa al primo capello bianco?
Io ho una teoria poco glamour: bisogna allenarsi all’idea. Non alla palestra, proprio alla testa. Pensare alla vecchiaia non come a una disgrazia futura, ma come a una specie di appuntamento inevitabile. Tipo la revisione della macchina, solo meno rimandabile.
Perché il punto che De Beauvoir aveva già capito è questo: quando guardiamo gli anziani come se fossero “altri”, stiamo facendo un errore di prospettiva. Quelli siamo noi, solo qualche anno dopo. Con più storie addosso e meno pazienza per le sciocchezze.
E invece li cancelliamo. Li teniamo fuori dall’inquadratura. Come quelle foto di gruppo in cui tagliamo qualcuno perché rovina l’estetica.
Peccato che, prima o poi, il taglio tocchi a noi.
Io non so se sto diventando una di quelle donne fieramente rugose e sagge, o una che litiga con lo specchio ogni mattina. Probabilmente una via di mezzo: ironica, un po’ stanca, e con un buon correttore sempre a portata di mano.
Ma una cosa la so: il futuro non è una categoria astratta. Ha già il nostro nome sopra.
E forse, invece di nasconderlo sotto strati di fondotinta, potremmo iniziare a guardarlo in faccia. Anche solo per non arrivarci completamente impreparate.

