La donna davanti a me alla cassa del supermercato aveva comprato soltanto tre cose: una confezione di camomilla, un sacchetto di limoni e quelle pastiglie gommose alla melatonina che stanno sempre vicino alle batterie e ai preservativi, come se il sonno fosse una faccenda da risolvere all’ultimo momento, insieme al telecomando rotto e ai desideri impulsivi.
“Dormo male da mesi”, ha detto alla cassiera senza che nessuno glielo chiedesse.
La cassiera non ha alzato lo sguardo. Ha passato il codice a barre della camomilla con l’aria di una che ormai conosce l’umanità a blocchi da quattro euro e novanta.
“È lo stress”, ha risposto.
E lì, in quella risposta automatica, perfetta, pronta all’uso, ho pensato a quanta paura travestiamo da normalità.
Lo stress.
L’ansia.
Il periodo pesante.
Le troppe cose da fare.
Abbiamo inventato parole elegantissime per evitare di dire che spesso viviamo in uno stato di allarme permanente. Solo che l’allarme, quando resta acceso troppo a lungo, smette pure di sembrare un allarme. Diventa arredamento.
Il corpo umano ha una capacità straordinaria: si abitua quasi a tutto. Persino alle cose sbagliate.
Ci abituiamo alle notifiche alle due di notte.
Al rumore della lavatrice mentre lavoriamo.
Ai vocali ascoltati a velocità 1.5 come se pure le voci dovessero correre.
Alla sensazione di colpa quando non rispondiamo subito.
Al bisogno di riempire qualsiasi silenzio.
Persino il riposo ormai deve avere una prestazione. Dormire bene, mangiare bene, respirare bene, meditare bene. Manca poco e arriverà qualcuno a vendere corsi motivazionali su come sbattere le palpebre in modo produttivo.
La parte buffa è che continuiamo a raccontarci di essere “stanchi” come se fosse una categoria poetica. Una specie di status symbol contemporaneo. Nessuno dice più “sto bene”. Fa quasi superficiale. Bisogna essere saturi, pieni, sopraffatti. Avere almeno dodici tab aperte nella testa.
Io me ne accorgo da dettagli minuscoli.
Dal modo in cui le persone sospirano prima ancora di sedersi.
Da chi guarda il telefono durante una conversazione e poi dice “scusa, dimmi”.
Dalle file davanti alle farmacie il lunedì mattina, piene di facce che sembrano uscite da una riunione di condominio emotivo.
Qualche settimana fa sono entrata in una parafarmacia per comprare un cerotto. Davanti a me un uomo elegantissimo, giacca blu, scarpe lucidissime, chiedeva qualcosa “per calmarsi un po’”. Non aveva l’aria drammatica. Peggio. Aveva l’aria organizzata.
“Solo qualcosa di leggero”, ripeteva.
Come se pure il crollo nervoso dovesse mantenere un certo decoro.
La farmacista gli ha mostrato una parete intera di scatoline color pastello: sonno, relax, equilibrio emotivo, serenità intestinale — che già detta così sembra il titolo di un romanzo russo molto triste.
Mi ha colpito la grafica.
Foglie.
Lune.
Donne sorridenti sedute in posizione yoga su prati che nessuno frequenta davvero.
Pareva il reparto tisane di un monastero buddista aperto dentro un centro commerciale.
Eppure dietro quelle confezioni c’era qualcosa di molto meno zen: il tentativo disperato di silenziare un rumore interno senza cambiare niente fuori.
Perché il punto scomodo sta lì.
Non abbiamo paura soltanto delle grandi tragedie. Quelle almeno le riconosci. Hanno un nome chiaro, una forma precisa, ti obbligano a fermarti.
Le paure moderne sono più educate.
Si infilano nelle giornate normali.
Parlano sottovoce.
Si vestono da routine.
Una volta avevamo il lupo cattivo.
Adesso abbiamo le mail con scritto “gentile promemoria”.
Che poi il cervello fa una cosa curiosa: trasforma pure l’assurdo in abitudine. Dopo un po’ non ti chiedi più se una vita del genere abbia senso. Ti chiedi soltanto come ottimizzarla meglio.
Dormire sei ore ma bene.
Mangiare in piedi ma sano.
Riposarsi senza perdere tempo.
Persino le ferie ormai sembrano operazioni logistiche militari. Gente sdraiata davanti al mare che aggiorna fogli Excel delle prenotazioni mentre mastica insalata di riso biodegradabile.
Forse è questo che mi inquieta di più: il fatto che la paura oggi non assomigli più alla paura.
Assomiglia all’efficienza.
A una persona che sorride e dice “tutto sotto controllo” stringendo i denti talmente forte da sembrare scolpita nel marmo.
Assomiglia a quelli che non si fermano mai perché se si fermano pensano.
Assomiglia a certe domeniche pomeriggio silenziose in cui il corpo finalmente rallenta e la testa, improvvisamente, presenta il conto.
La donna della camomilla, intanto, aveva infilato tutto dentro una borsa di tela con scritto “good vibes only”.
Ho pensato che fosse perfetto.
Viviamo così: circondati da piccoli slogan rassicuranti mentre cerchiamo di convincerci che basti una tisana alla melissa per mettere in ordine il caos.
Poi magari funziona pure.
Una notte.
Due.
Al terzo risveglio alle quattro e diciassette, però, resta quella strana sensazione.
Come quando spegni una televisione che è rimasta accesa troppo a lungo e continui a sentire il ronzio anche nel silenzio.

